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domenica 17 gennaio 2021

Faraona ripiena al panettone

 Rivisitazione natalizia di una classica ricetta piemontese 

Ingredienti per 8 persone 

1 faraona (circa 1300 g) 

150 g di macinato di bovino 

150 g di macinato di maiale

80 g di panettone classico 

mezzo litro di vino rosso

il fegatino della faraona, oppure un etto di fegatini di pollo 

1 bicchierino di marsala, 1 uovo 

40 g di parmigiano grattugiato, 50 g di lardo

pancetta stesa per bardare il petto, rosmarino 

olio evo, sale e pepe 

Disossare la faraona, lasciando integre le cosce e le ali, quindi togliendo solo la carcassa del torace e delle vertebre. 

Preparare il ripieno, sbriciolando il panettone nel marsala , mettendo in una terrina le due carni macinate, il fegatino sminuzzato, il panettone, il parmigiano, sale e pepe e legando tutto con l'uovo sbattuto 

Massaggiare la faraona con sale e pepe all'interno e all'esterno con un trito formato dal lardo e da 4 rametti rosmarino tritati insieme . Riempite la cavità della faraona con la farcia, chiudete con ago e filo; coprite il petto con le fette di pancetta e legate le cosce e le ali al busto in modo che non si aprano durante la cottura. 




 Trasferitela in una teglia che la contenga giustamente, unta con poco olio. Bagnatela con 250 ml di vino e infornate a 150°C per 1 ora e mezza, bagnandola spesso col fondo di cottura e aggiungendo vino se dovesse asciugarsi troppo .

Quando è cotta alzare il forno a 200°C e farla rosolare bene 




Sfornare , lasciare appena intiepidire e servire a fette. 


domenica 27 settembre 2020

Torta di mele della Val di Non

 Una ottima torta di mele, profumata e sofficissima, con la marmellata versata sopra che in cottura scivola all'interno e ammorbidisce tutto l'impasto. 

La ricetta è mutuata dal sito visitvaldinon.it 

Ingredienti:

200 g di burro

200 g di zucchero

scorza grattugiata di limone bio, sale 

4 uova

300 g di farina 

1 bustina di lievito per dolci

50 g di nocciole tritate

3 cucchiai di marmellata a piacere (es susine o albicocche) 

Montare il burro con lo zucchero, il sale e la scorza di limone, unire le uova una  alla volta e per ultime le polveri ben setacciate. 

Versare l'impasto in una tortiera imburrata e infarinata, disponendo sopra le mele sbucciate e tagliate a fettine 




Completare con la marmellata e cuocere in forno preriscaldato a 180°C per circa 40 minuti
Fare sempre la prova stecchino 









domenica 19 luglio 2020

Crostata ricotta e visciole

Una delle più antiche comunità ebraiche in Italia è quella di Roma, dove gli Ebrei iniziarono a stabilirsi fin dal I secolo a.C. Inevitabile, quindi, che la sua storia si sia intrecciata con quella della Capitale, lasciando tracce che ancora oggi permangono in quella cucina giudaico-romanesca che costituisce uno degli aspetti più interessanti della storia della gastronomia laziale e nazionale. Il forte conservatorismo della comuntà, unito al sua profondo radicamento nel tessuto urbano, hanno trasformato questo patrimonio nell’incarnazione della memoria storica di un popolo che, pur nelle sue differenze, aveva in comune la stessa matrice – vale a dire quella della cucina povera, basata su ingredienti di scarto, spesso alla base di piatti elaborati, che nascevano proprio dalla necessità di riciclare, in modo saporito, quello che dalle mense della cristianissima nobiltà papalina era rigorosamente bandito. La kasherut regolava il consumo di alcuni prodotti destinati a diventare parte essenziale della storia gastronomica romana, come il quinto quarto e il pesce azzurro, per secoli l’unico pesce riservato a questa comunità. La tradizione sefardita che costituiva il background degli Ebrei romani apportò, poi, quella ventata di profumi e colori tipica della cucina del Mediterraneo, con un utilizzo fantasioso e creativo delle verdure. E, infine, prese campo con crescente successo anche la pasticceria, i cui prodotti (come il Tortolicchio, il Mustacciolo, la Mocchiata e la Pizza Dolce) costituiscono ancora oggi un fiore all’occhiello di questa cucina.
A Roma, al Portico d’Ottavia, in quello che era il Ghetto ebraico e dove ancora vivono i “vecchi” Ebrei romani, ci sono i ristoranti e i negozi storici, la cui fama si è estesa anche oltre i confini della città. Fra questi, la pasticceria Boccione, conosciuta anche come “quella delle vecchiette”, dall’età delle signore che accoglievano i clienti dietro il banco. Le specialità di questo forno sono ricette di dolci della tradizione ebraica, tramandate di generazione in generazione e preparate in modo rigorosamente fedele alla kasherut: non conoscono mode, ma soggiacciono solo al calendario liturgico e ai ritmi dell’anno.
Tutti i dolci ebraici al formaggio nascono per la festa di Shavuot, dove si consumano latte e derivati a iosa. C’è anche la coincidenza che Shavuot cada 7 settimane dopo la Pasqua ebraica e quello è il periodo delle ciliegie. Ma sono solo supposizioni.
Cosa è Shavuot. Shavuot o Festa delle Settimane o Festa della Mietitura o delle Ptimizie è una festività che cade 49 giorni dopo la Pesach, la Pasqua ebraica. In essa si commemora anche il dono della Torah, poiché, secondo la tradizione, è in questa data che Dio la consegnò al Popolo di Israele: tuttavia, la parte centrale della ricorrenza è la celebrazione della mietitura del grano, con l’offerta delle primizie al tempio. Una festa tipicamente agricola, che si mantenne anche dopo la diaspora, nella simbologia dei sette frutti considerati la benedizione di Israele: grano, orzo, uva, fichi, melograno, olive e datteri.
Si usa trascorrere la prima notte di Shavuot studiando per tutta la notte: durante la festa, invece, si legge il libro di Ruth, l’antenata del Re David, che scelse di sua volontà di divenire parte del Popolo Ebraico. La storia di Ruth è legata a Shavuot per due motivi: perché la sua conversione ebbe luogo durante la mietitura e perché si crede che il Re David sia nato e morto nel giorno di Shavuot. Il legame con Ruth mette poi in evidenza come chiunque abbia la possibilità di accogliere la Torah e diventare in questo modo parte integrante del popolo ebraico. E’ consuetudine adornare il Tempio con fiori e piante, in ricordo del profumo che gli ebrei sentirono quando furono promulgati i Comandamenti. Non si dice Tachannun nei cinque giorni successivi a Shavuot.[1]
Durante la festa di Shavuot, è consuetudine fare pasti a base di latticini. Gli storici si sono interrogati sulle motivazioni sottese a questa usanza e hanno elaborato varie ipotesi: “Il Cantico dei Cantici (4:11) fa riferimento al valore nutritivo dolce della Torah, dicendo: “Stilla dalle tue labbra, come il miele e il latte sotto la lingua; nel verso dell’Esodo 23:19 giustappone la festa di Shavuot con il divieto di miscelazione del latte con la carne. A Shavuot, dobbiamo quindi mangiare pasti separati – uno di latte e uno di carne” (2) L’ultima, la più suggestiva, si ricollega all’obbligo delle leggi della Sh’chita – La macellazione degli animali, subito dopo aver ricevuto la Torah. Non avendo il tempo materiale di macellare la carne secondo i dettami della Kasherut, gli Ebrei si risolsero a mangiar latticini.
Le visciole, insieme alle amarene e alle marasche, fanno parte della specie botanica Prunus cerasus, ciliegio aspro, al contrario delle ciliegie che fanno parte della specie Prunus avium, ciliegio dolce. Sono molto simili, ma la differenza di sapore è notevole: semplicemente dolci le ciliegie, dolci-acidule le visciole, per nulla amarognole come le amarene e molto più dolci rispetto alle marasche. Le visciole, una volta coltivate nelle campagne laziali, ormai fanno parte dei tempi che furono, surclassate dalle più populiste ciliegie, grazie al binomio vincente di una resa abbondante e di un sapore capace di intercettare i gusti di un’ampia clientela. Questo segnò il declino delle visciole, diventate troppo care e a poco a poco sparite dai banchi della frutta. Per trovarle, a Roma, bisogna conoscere le campagne intorno alla città oppure avere un amico al mercato di Testaccio o di San Giovanni di Dio. E invece non molti decenni fa la marmellata con la maiuscola era proprio la marmellata di visciole. Farciva le semplici crostate preparate per merenda dalle nonne, serviva per fare il vino di visciole o il liquore per le signore e veniva utilizzata come base per la crostata di ricotta e visciole, il dolce tipico ebraico romano. Questo dolce semplice e quasi nostalgico resiste nei forni del centro di Roma e in quello famoso di via di portico d’Ottavia nella versione “originale” ma anche quella più moderna, con le visciole e la crema di mandorle.
Sembra che le origini della crostata di visciole e ricotta risalgano al ‘700, quando alcuni editti papali vietarono agli ebrei di vendere latticini ai cristiani. Fu allora che i fornai, per eludere i controlli delle guardie papali, decisero di nascondere la ricotta tra due strati di pasta frolla. Infatti, la crostata non ha la griglia come normalmente hanno le crostate, ma è tutta chiusa: non si vede l’interno per nascondere la presenza della ricotta.
(FONTE aifb.it)

Ingredienti per una crostata di visciole per uno stampo da 20 cm

220 g di farina

70 g di zucchero

50 g di burro

2 tuorli

1 albume

1 cucchiaino di lievito chimico

sale

bucce di limone

Impastate tutto insieme come si fa normalmente per le crostate e, se fosse troppo asciutto, aggiungete qualche goccio di latte, ma poco. Date all’impasto la forma di una palla schiacciata, avvolgetelo nella pellicola e lasciatelo riposare l’impasto in frigorifero almeno un’ora.



per la crema al formaggio:

500 g di ricotta di pecora

150 g di zucchero semolato

2 uova

2 cucchiai di sambuca

350 g di confettura di visciole o amarene

Mettete la ricotta in una ciotola, aggiungete lo zucchero, le uova già sbattute e la sambuca, lavorate molto bene per amalgamare gli ingredienti.
Dividete la pasta frolla in due panetti, uno per la base più grande e uno per la copertura. Stendete la pasta frolla sopra alla carta forno e sistematela nello stampo, spalmate bene la confettura, poi la crema di ricotta, livellatela e quindi ricoprite con l’altra pasta frolla. Sigillate bene i bordi per evitare che esca la farcitura, spennellate la superficie con l’uovo sbattuto e infornate a 170/180° per 50 minuti. Controllate la cottura perché con la carta forno tende a cuocere meno, se dovesse essere troppo pallida lasciatela ancora qualche minuto.







martedì 30 giugno 2020

Coniglio all'aceto balsamico

Ricetta dell'Osteria di Rubbiara, Nomantola, Modena

Ingredienti per 4/6 persone

un coniglio del peso di circa 2 kg
mezzo chilo di pomodori pelati
cipolla sedano
brodo di carne misto (di carne e gallina)
3 litri di vino bianco secco
un bicchiere di aceto forte
1/2  bicchiere di aceto balsamico tradizionale di Modena (l'originale, non quello colorato col caramello e meno che mai la glassa)
olio evo, un etto di burro
2 prese di aglione (miscela di sale aglio e rosmarino)

Tagliare a pezzi il coniglio, metterlo in una casseruola di acciaio (oppure una pirofila in vetro) e coprirlo con  due litri di   vino e con l'aceto forte lasciandolo macerare al fresco per almeno 8 ore
Trascorso questo tempo, in un tegame mettere cipolla e sedano affettati fini fini a rosolare in poco olio
Unire poi i pelati passati e lasciare cuocere a fuoco basso




Contemporaneamente, in un altro tegame , coperto e imburrato, rosolare uniformemente i pezzi di coniglio, dopo averli scolati dalal marinata e conditi con l'aglione



Aggiungere il litro rimanente di vino bianco, in modo da ricoprirli fino a metà, lasciare evaporare il vino e unire il contenuto del tegame delle verdure, che nel frattempo saranno cotte.
Ricoprire col brodo, aggiungere ancora un po' d'aglione , mescolare bene, coprire e lasciar cuocere dolcemente . Negli ultimi dieci minuti, unire il mezzo bicchiere di aceto balsamico, rimescolate in modo che il coniglio se ne avvolga , togliete dal piatto e servite.
Si serve con patate lessate condite con l'intingolo del coniglio



giovedì 11 giugno 2020

Fregola con le arselle

Un piatto della tradizione sarda, dalle origine lontane. La fregola, dal latino ferculum, briciola, è fatta  da piccole palline di semola irregolari, dovute allo sfregamento manuale con acqua  e poi tostate in forno.
Il condimento d'elezione è un sugo a base di arselle, parola che solo in Sardegna e in Liguria è sinonimo di vongole, mentre nel resto d'Italia indica le telline.

Ingredienti per 8 persone

Per la fregola:
500 g di semola rimacinata,
100 g di semola grossa (semolino)
1 uovo
1 bustina di zafferano se si vuole più gialla

per il condimento

1 kg di arselle già spurgate
200 g di passata do pomodoro
1 ciuffo di prezzemolo
1 l di fumetto di pesce
2 spicchi di aglio
olio evo, sale e pepe

Per preparare la fregola mescolare in 500 ml di acqua la bustina di zafferano e l'uovo. tenere da parte.
In unvassoio rotondo a bordi un po più alti,  mettere dapprima la semola grossa. Aggiungere il liquido preparato, un cucchiaio alla volta, e mescolare con la mano, con movimenti circolari, in mood da ottenere degli agglomerati di farina, piccoli.
Cominciare ad aggiungere la semola rimacinata a pioggia, un pugno alla volta, aggiungendo mano a mano piccole quantità di acqua.
Continuare così, semola, liquido, rotazione con la mano, fino al raggiungimento della grandezza desiderata della fregola.
Esistono tre spessori:
la media (quella di questa ricetta)
la fine adatta per minestrine
la grossa utilizzata per piatti asciutti.

mettere la fregola preparata su una teglia, rivestita con carta da forno, e passare in forno caldo a 100°C per 30 minuti. A questo punto alzare il forno a 180°C e tostarla rigirandola spesso con un forchettone . Attenzione a non scurirla troppo.


Prepariamo il condimento: raccogliamo le arselle in una padella con un filo di olio e uno spicchio di aglio schiacciato. Mettere il coperchio e fare aprire a fuoco vivace. Togliere i molluschi dal fuoco, levare i gusci e filtrare la loro acqua di cottura . Tenere tutto da parte.
In un'altra padella, scaldare 4 cucchiai di olio e far rosolare il secondo spicchio di aglio. Unire la passata di pomodoro, il fumetto di pesce e rimescolare. Coprire e lasciare ridurre a fuoco moderato.
Aggiungere le arselle col loro fondo di cottura, profumare col prezzemolo e portare a bollore




Unire la fregola, e far cuocere per circa 15 minuti, regolando di sale e pepe. Al termine della cottura, distribuire in fondine individuali, condire con un filo di olio e prezzemolo e servire ben caldo 




giovedì 4 giugno 2020

Focaccia no stress di Alessia Bertoncini

L'Admin del mitico Gruppo FB dedicato alla pasta madre ha condiviso questa ricetta, che  chiama "no stress" perchè richiede minimo impegno di gestione.
La ricetta originale, che potete trovare nel lievitario del Gruppo è per 2 teglie di focaccia.
Io l'ho ridotta per una, che preparo nella leccarda del forno

INgredienti :

450 g di farina 0 o 1 di media forza (anche usando mix di farine, comprese le integrali e quelle per pizza)
100 g di semola rimacinata
40 g di lievito liquido o 60 g di lievito solido (in questo secondo caso togliere 20 g di farina)
350 / 400 ml di acqua , dipende da quanta ne assorbe la farina
10 g di sale

Impastare alla sera, mettendo lievito, farina, la maggior parte di acqua, lasciando un 10, 15% indietro. Unire il sale e l'acqua rimanente dosandola a seconda dell'assorbimento della farina.
Lasciare dentro il boccale dell'impastatrice coperto con pellicola  a lievitare tutta la notte a 18°C.



Ribaltare al mattino sull'asse infarinato con semola abbondante e allargare l'impasto con le mani  senza maneggiarlo troppo.
Metterlo nella teglia del forno spennellato di olio . Lasciare lievitare per 2 ore circa poi creare le fossette coi polpastrelli e spennellare con emulsione di acqua e olio in pari quantità.
spolverare con sale grosso e infornare a 250°C statico ( o anche ventilato) fino a completa doratura






La carzenta

Era il pane dolce che una volta, quando le merendine erano di là da venire, si dava ai bambini lombardi.
Si chiama così perchè si preparava in autunno, con la frutta che avanzava, "cresceva", e rischiava di andare a male . Chiaramente si può fare con tutti i tipi di frutta, basta che sia soda.
Era un pane dolce tipico di Santo Stefano Ticino, in provincia di Milano
(ricetta tratta da Ricette quasi dimenticate, di Patricia Roaldi)

Ingredienti per 2 pagnotte

500 g di farina forte
260 g di acqua
100 g di lievito madre tutto punto
40 g di zucchero
10 g di sale
2 fichi sodi
mezza mela e mezza pera
20 acini d'uva


La ricetta originale prevede il lievito di birra, 25 g, che io reputo comunque troppi.
IO ho sciolto il lievito madre nell'acqua e zucchero, e poi o aggiunto la farina. Ho impastato per circa una decina di minuti, poi ho unito il sale e ho continuato ad impastare fino a chiudere l'impasto
(in tutto circa una ventina di minuti)
Messo l'impasto a lievitare fino al raddoppio, l' ho poi sgonfiato delicatamente, diviso a metà e allargata ogni parte  sul piano di lavoro



Ho distribuito la frutta sul rettangolo di impasto (al posto dei fichi ho messo gherigli di noci) dividendola equamente
La frutta deve essere a pezzi grandi, si deve poter sentire bene dopo la cottura.



Arrotolare i due rettangoli su se stessi, e poi formare due pagnotte




Lasciare lievitare di nuovo le carzente fino quasi al raddoppio e solo allora praticare un taglio a croce sulla superficie 
Infornare a 200°C per circa 30 minuti 





martedì 2 giugno 2020

Pitta di patate

La pitta di solito è una focaccia di pasta da pane lievitata, farcita o condita semplicemente con olio e sale
In questo caso, un ristorante in provincia di Lecce ha dato il nome di pitta ad un gustoso sformato di patate

Ingredienti per 6 persone 

mezzo chilo di patate a pasta gialla
un ciuffo di prezzemolo
salsa di pomodoro
due uova
due cucchiai di pangrattato
un etto di formaggio grattugiato
olio evo, sale e pepe 

Lessate le patate, sbucciatele e passatele con il passaverdure, aggiungete le uova, un mestolo di salsa di pomodoro fredda, il formaggio grattugiato, due cucchiai di olio, il prezzemolo tritato sale e pepe . Impastate bene il tutto 



Ungete una teglia con olio, spolveratela con pane grattugiato, e stendetevi il composto di patate, livellandolo con le mani unte d'olio 
Spolverizzate con pane grattugiato 



rigate la superficie coi rebbi di una forchetta e cuocete in forno caldo a 200°C finchè non si formi una deliziosa crosticina dorata 



domenica 31 maggio 2020

Il pasticciotto leccese

Questo dolce salentino, veramente paradisiaco, come molte altre preparazioni è frutto del caso e del recupero. La data di nascita del pasticciotto leccese è il 29 giugno 1745. La sua storia coincide con quella di una famiglia che non versa in buone acque e che, nel giorno della festa patronale del paese, offre ai passanti piccole tortine frutto dell'improvvisazione.
Infatti, a Galatina, sulla strada che porta alla Basilica di San Paolo dove si festeggiava il Santo Patrono, la famiglia Ascalone aveva una pasticcieria. IL proprietario NIcola foderò degli stampi con la pasta frolla eli riempì con avanzi di crema pasticciera del giorno prima. 
Ancora calde queste tortine venenro offerte ai passanti di ritorno dalla funzione 
Il risultato iniziale non piacque al pasticciere, che lo considerò un pasticcio (da qui il nome) ma il sapore doveva essere stato eccezionale perchè da allora il nome della Pasticceria Ascalone di Galatina divenne celebre e i pasticciotti dopo 270 anni restano il dolce più amato della Puglia e non solo.
Un prodotto così speciale esige materie prima di ottima qualità, abilità manuale e rispetto della tradizione. La componente grassa della frolla è rigorosamente lo strutto, quindi niente burro e men che meno margarina: solo grasso di maiale, unico elemento reperibile al tempo in cui questo pasticcino nacque. 
Si usano stampini ovali a bordo liscio, frolla a base di strutto, ottima crema pasticciera aromatizzata al limone e forni ad alte temperature. Semplicità e passione, nulla di più.

Ingredienti per 8 pasticciotti.
frolla:
250 g farina, 
125 g strutto
125 g zucchero semolato
80 g di uova
la punta di un cucchiaino di ammoniaca per dolci
scorza di limone bio grattugiata
crema pasticciera:
500 ml di latte intero
4 torli d'uovo
150 g di zucchero semolato
40 g di amido di mais
scorza di limone bio
per la lucidatura:
1 tuorlo sbattuto con un goccio di latte 

Iniziamo dalla crema che dovrà essere ben fredda e soda per confezionare i pasticciotti
Portare il latte in ebollizione, insieme alla scorza di limone , spegni il fuoco e lascia in infusione per un'ora  circa.
Sbattere bene le uova con lo zucchero miscelato all'amido di mais, finchè non diventano belle gonfie. Rompi la crema con un paio di cucchiai di latte intiepidito e rimescola bene 
Accendere il fuoco sotto il latte e versare il composto di uova e zucchero, mantenendo la fiamma bassa e continuando a rimescolare, cuocere fino al giusto addensamento
Versarla velocemente in una ciotola di metallo, mettendo la ciotola sopra un altra ciotola più grande, contenente acqua e ghiaccio. Far raffreddare la crema mescolando spesso con una frusta- Una volta intiepidita. coprirla con pellicola a contatto e mettere in frigorifero. 



 Passiamo alla frolla:

Mettere la farina sul piano di lavoro, facendo una bella fontana. Al centro inserire lo strutto a pezzi, lo zucchero, l'ammoniaca e il limone. COn la forchetta amalgamare tutti gli ingredienti senza toccare la farina,. 
Infine portare la farina sopra l'impasto umido e lavorare molto velocemente , cercando di non far riscaldare l'impasto
Una volta ottenuto un impasto setoso ed omogeneo, avvolgerlo nella pellicola e metterlo in frigorifero a riposare per almeno un'ora. Può rimanere anche per tutta la notte. 


Imburrare gli stampini per pasticciotto e metterli in frigorifero.
Stendere la pasta ad uno spessore di circa 4 mm, Tagliare dei pezzi sufficientemente grandi da rivestire bene gli stampi e lasciar sbordare la pasta- Appiattire bene la pasta all'interno, e riempirlo di crema fredda. Con un altro pezzetto di frolla richiudere la crema e schiacciare bene la pasta lungo i bordi. Si formerà la caratteristica cupoletta e si rifilerà la pasta lungo il bordo. 
Procedere fino alla fine dell'impasto e della crema, poi spennellare i pasticiotti col torlo sbattuto col latte. 


 Una volta finiti di preparare, riporli in frigorifero per almeno mezz'ora: la crema raffreddandosi non romperà l'involucro di pasta in cottura
Mettere gli stampini in forno preriscaldato a 220°C. La friabilità finale è data dalla breve cottura ad alta temperatura. Dovranno cuocere da 7 a 10 minuti, dipende da forno a forno. Il colore deve essere ambrato  e  lucido. 
Toglierli dal forno e farli raffreddare su una griglia. Estrarli dagli stampi ancora tiepidi e mangiarli immediatamente